
Ghost Tapes #10
God Is An Astronaut
- Label
- Napalm Records
- Year
- 2021
- Published on
- GrindOnTheRoad
C’era molta attesa per il ritorno sulle scene dei God Is An Astronaut, band di fondamentale importanza per la definizione attuale e moderna di post-rock. L’ultimo lavoro, Epitaph, tentava di esorcizzare un lutto importante per i fratelli Kinsella, avventurandosi in territori più oscuri, in una cupezza assai impegnativa al limite del doom. Ghost Tapes #10, d’altro canto, viaggia su binari diversi. Giunti al decimo album, gli irlandesi hanno plasmato un disco (il secondo per Napalm Records) dove sono presenti in egual misura familiarità ed evoluzione: vi è dentro una sorta di presa di coscienza nel dolore che sfocia in energia pura, per quello che sembra un invito ad andare oltre la staticità e l’inazione del lutto per sfruttare il canale della rabbia come una catarsi che ha il sognante retrogusto luminoso dell’ascensione. Le composizioni viaggiano sempre tra queste due realtà, sfiorando ed abbracciando sfuriate adrenaliniche di post-metal che discendono in eterei cunicoli spaziali dove la tensione riemerge a nuova vita e la violenza dei suoni rinasce in una importante e significativa bellezza. Le soluzioni adottate sanno osare, spiazzando e rassicurando allo stesso tempo: le atmosfere costruite inneggiano ad una purificazione che è sì rabbiosa, ma anche imperniata di una lucida consapevolezza.
La traccia di apertura, “Adrift”, è una dimostrazione perfetta di questo connubio: dapprima sconquassa gli animi per mezzo di chitarre spettrali e riff di deflagrante potenza sonora, con una batteria possente e precisa a scandire la vorticosità dell’atmosfera, per poi immergere i toni in una sorta di ascensione eterea e dai tratti più canonicamente rock e affini alle soluzioni estatiche a cui il gruppo ci ha abituati nella loro carriera ventennale. Proprio il comparto chitarristico ha una valenza importante in questo lavoro, che vede il ritorno in formazione di Jamie Dean, impegnato anche nelle tastiere; il tutto gioca a favore della robustezza del suono, sempre preciso e letale. Tutto il disco è comunque carico di un ascendente sinuoso che lo rende irresistibile: l’arpeggio che apre “Burial”, il primo singolo pubblicato nonché uno degli episodi più ispirati, sembra guardare alle sonorità più note della formazione, con quell’equilibrio quasi geometrico tra synth ariosi e tappeti di tastiere a definire paesaggi sonori onirici e sospesi in un velo di malinconia. D’improvviso un irruento riff post-metal altera l’umore del brano, trasformandolo in un gravoso tunnel di irrequietezza musicale, carico di una tensione graffiante e tuttavia disseminato di colorazioni più morbide e luminose, per lo più nelle armonizzazioni vocali piene d’effetti. L’atmosfera sin qui costruita, che rimanda agli umori del bellissimo Helios/Erebus del 2015, viene smorzata da un affascinante ed imprevedibile assolo di basso. Vi sono dei tratti in comune con l’oscurità di Epitaph, ma c’è un impeto energico ancora più raffinato ed elegante in grado di donare alle fasi più concitate una scintillante intensità: dissonanze e break pianistici dipingono una furia strumentale a più livelli che collima in un’apoteosi sonora che grida di essere vista dal vivo, quando la pandemia lo permetterà.
Quasi di natura opposta è “In Flux”, il brano successivo, che sorge da distanti echi riverberati e stranianti, per poi assestarsi in una ritmica a 7/8 che strizza gli occhi alle atmosfere più cosmiche e siderali della band. Il finale è adrenalinico, un tripudio di chitarre concitate che dialogano in un vortice sonoro esplosivo ed inafferrabile scandito dalla compattezza e dalla precisione dei colpi alla batteria di Lloyd Hanney. Anche la scelta della posizione dei pezzi nella tracklist risulta azzeccata: il riff saturo con cui si apre “Spectres” a seguire lascia presto spazio ad un’implacabile sezione ritmica, con inasprimenti sonori dal sapore quasi math rock in cui le chitarre graffiano e dialogano in spirali di esplosioni elettriche ed adrenaliniche. Il sound è essenziale e ricercato allo stesso tempo: l’eccellente produzione non può che esaltare il muro del suono che avvolge la mente in un’estasi strumentale al limite del virtuoso. E se questo non bastasse ci pensa la successiva “Fade” ad alzare ancora di più il tiro, con un giro di basso ipnotico e cupo a scandire un ritmo forsennato che non lascia scampo: un brano di questa caratura ribalta completamente i cliché del genere, dove spesso si tende ad associare al post-rock l’inconcludenza del ripetersi di certe soluzioni stanche e ripetitive. Le chitarre graffianti qui contribuiscono a creare un senso di movimento nella desolazione, sempre energica e mai arrendevole. C’è un costante senso di meraviglia eterea che pennella ogni momento, anche e soprattutto i più rabbiosi: persino le atmosfere più concitate non scendono mai nella cupezza, quanto più nell’irruenza sonora.
La narrativa del disco vede il proprio culmine emotivo con le due successive tracce finali, che ammorbidiscono i toni ma non di certo l’intensità. “Barren Trees” si disvela come un vero e proprio sogno ad occhi aperti, scolpendosi nell’anima ed evocando immagini dalla bellezza francamente disarmante. Quattro minuti di estasi che non avrebbero sfigurato nel capolavoro All Is Violent, All Is Bright: l’energia sonora accumulata nei brani precedenti trova un naturale senso di compimento nel fiorire onirico di voci angeliche dagli inafferrabili tratti eterei, in grado di commuovere per il senso di meraviglia trascendentale. Nonostante i tratti più convenzionali della struttura, l’eleganza del pezzo riesce ad insinuarsi come un balsamo luminoso ad inebriare i tratti più oscuri affrontati sinora: se un brano potesse descrivere l’impagabile sensazione di aver accettato il dolore ed averlo affrontato sarebbe senz’altro questo. Ed è proprio in questo spirito di luminescente catarsi che trova spazio “Luminous Waves”, all’apice del climax emotivo. I titoli di coda di Ghost Tapes #10 sono affidati a questo brano dai tratti più ambient e cinematografici: le note eteree delle chitarre clean e del violoncello di Jo Quail rimandano alla struggente e serena bellezza di “Infinite Horizons”, altro interludio pregevole del mai troppo lodato All Is Violent, All Is Bright. Il riverbero evoca la pace del silenzioso propagarsi delle onde, in un’atmosfera meditativa liquida ed avvolgente. I toni più distesi del brano hanno comunque dalla loro un’intensità emotiva potentissima, caratteristica invero comune a tutto il disco, in grado di suscitare emozioni profonde: un gioiello di soave delicatezza che riempie la mente di un senso di pacifico estraniamento, in balia della potenza immaginifica della musica nella sua essenza più pura.
Ghost Tapes #10 è un album ispirato, a fuoco, preciso negli intenti e cesellato con maestria. La durata compatta dei 35 minuti lo rende molto accessibile e costituisce un’ulteriore spinta al riascolto compulsivo: all’interno vi sono contenuti tutti gli elementi che rendono i God Is An Astronaut un’istituzione nella scena del post-rock da 20 anni a questa parte. Ed è pazzesco che in quest’abbondanza di materiale siano riusciti a realizzare uno degli album migliori del loro catalogo, dimostrando ancora una volta di saper plasmare in modo fluido quelle “regole” che loro stessi hanno contribuito a realizzare. Significa che c’è una sincera urgenza emotiva alla base del talento musicale, oltre ad una perfetta padronanza nell’attingere alle proprie formule senza risultare mai prolissi o scontati. Le trame sonore risultano complesse nella composizione ma trasmettono emozioni dall’impatto immediato, rimandando alla duplice natura di semplicità/complessità dell’esperienza terrena: questo album può rappresentare la colonna sonora di una rinascita dopo un dolore a cui non si è trovato un significato, e in questo senso l’aereo che si schianta posto in una copertina dalle tinte rigorosamente chiare è carico di simbologia. Oltre ad essere un’esperienza totale per l’ascoltatore, si tratta anche di un tassello molto importante per la carriera del quartetto irlandese: la qualità altissima di cui si fregia si muove sulla valorizzazione di elementi di cui i God Is An Astronaut sono maestri e di un’evoluzione che non accenna a subire perdite d’ispirazione.
The return of God Is An Astronaut, a band of fundamental importance to today's modern definition of post-rock, was eagerly awaited. Their last work, Epitaph, tried to exorcise a major bereavement for the Kinsella brothers, venturing into darker territory, a very demanding gloom bordering on doom. Ghost Tapes #10, on the other hand, runs on different tracks. On their tenth album, the Irish band have shaped a record (their second for Napalm Records) containing familiarity and evolution in equal measure: there's a sort of awareness within pain that flows into pure energy, in what seems an invitation to move beyond the stasis and inaction of grief and use anger as a catharsis with the dreamy, luminous aftertaste of ascension. The compositions always travel between these two realities, brushing against and embracing adrenaline-fuelled post-metal outbursts that descend into ethereal spacey tunnels where tension re-emerges with new life and the violence of the sounds is reborn as a significant, meaningful beauty. The solutions dare, disorienting and reassuring at the same time: the atmospheres they build hail a purification that is angry, yes, but also steeped in clear awareness.
The opening track, "Adrift", perfectly demonstrates this union: at first it shakes your soul with spectral guitars and riffs of blazing sonic power, with powerful, precise drums marking the whirling atmosphere, then it immerses the tones in a sort of ethereal ascension with more conventionally rock traits, closer to the ecstatic solutions the band has accustomed us to over its twenty-year career. The guitar work is especially important on this album, which sees Jamie Dean return to the line-up, also on keyboards; it all adds to the robustness of the sound, always precise and lethal. The whole record has a sinuous charm that makes it irresistible: the arpeggio opening "Burial", the first single and one of the most inspired moments, seems to look back to the band's best-known sounds, with that almost geometric balance between airy synths and keyboard carpets defining dreamlike soundscapes suspended in a veil of melancholy. Suddenly an impetuous post-metal riff alters the song's mood, turning it into a heavy tunnel of musical restlessness, full of scratchy tension yet scattered with softer, brighter colours, mostly in the effects-laden vocal harmonies. The atmosphere built so far, recalling the moods of the beautiful 2015 Helios/Erebus, is dampened by a fascinating, unpredictable bass solo. There are traits in common with the darkness of Epitaph, but there's an even more refined and elegant energetic surge able to give the most frantic phases a sparkling intensity: dissonance and piano breaks paint a multi-layered instrumental fury that culminates in a sonic apotheosis begging to be seen live, when the pandemic allows.
Almost opposite in nature is "In Flux", the next track, which rises from distant, estranging reverb-drenched echoes before settling into a 7/8 rhythm that winks at the band's most cosmic, sidereal atmospheres. The ending is adrenaline-fuelled, a triumph of frantic guitars talking in an explosive, elusive sonic whirlwind marked by the tightness and precision of Lloyd Hanney's drumming. The sequencing also proves spot on: the saturated riff that opens the following "Spectres" soon gives way to a relentless rhythm section, with almost math rock sonic sharpenings in which the guitars scratch and talk in spirals of electric, adrenaline-fuelled explosions. The sound is at once essential and refined: the excellent production can only exalt the wall of sound that wraps the mind in an almost virtuosic instrumental ecstasy. And if that weren't enough, the following "Fade" raises the bar even higher, with a hypnotic, dark bass figure driving a frenzied rhythm that leaves no escape: a track of this calibre completely overturns the genre's clichés, where post-rock is often associated with the pointlessness of repeating certain tired, repetitive solutions. The scratchy guitars here help create a sense of movement in desolation, always energetic and never yielding. There's a constant sense of ethereal wonder colouring every moment, even and especially the angriest ones: even the most frantic atmospheres never sink into gloom, but rather into sonic fury.
The record's narrative reaches its emotional peak with the two final tracks, which soften the tones but certainly not the intensity. "Barren Trees" reveals itself as a true daydream, carving itself into the soul and evoking images of frankly disarming beauty. Four minutes of ecstasy that wouldn't have been out of place on the masterpiece All Is Violent, All Is Bright: the sonic energy accumulated in the previous tracks finds a natural sense of completion in the dreamlike blossoming of angelic voices with elusive ethereal traits, able to move you with their sense of transcendental wonder. Despite the more conventional traits of its structure, the elegance of the track slips in like a luminous balm, intoxicating the darker traits faced so far: if a song could describe the priceless feeling of having accepted pain and faced it, it would surely be this one. And it's precisely in this spirit of luminous catharsis that "Luminous Waves" finds its place, at the peak of the emotional climax. The closing credits of Ghost Tapes #10 are entrusted to this more ambient, cinematic track: the ethereal notes of the clean guitars and Jo Quail's cello recall the heart-rending, serene beauty of "Infinite Horizons", another fine interlude from the never-praised-enough All Is Violent, All Is Bright. The reverb evokes the peace of waves silently spreading, in a liquid, enveloping meditative atmosphere. The track's more relaxed tones still carry a very powerful emotional intensity, a trait in fact shared by the whole record, able to stir deep emotions: a jewel of gentle delicacy that fills the mind with a sense of peaceful estrangement, at the mercy of the imaginative power of music in its purest essence.
Ghost Tapes #10 is an inspired, focused album, precise in its intentions and masterfully chiselled. Its compact 35-minute running time makes it very accessible and is a further push towards compulsive re-listening: it contains all the elements that have made God Is An Astronaut an institution of the post-rock scene for 20 years. And it's amazing that amid this abundance of material they managed to make one of the best albums in their catalogue, proving once again that they can fluidly reshape those "rules" they themselves helped create. It means there's a sincere emotional urgency behind the musical talent, as well as a perfect command in drawing on their own formulas without ever being long-winded or predictable. The sonic textures are complex in composition but convey emotions with immediate impact, recalling the double nature of simplicity and complexity of earthly experience: this album can be the soundtrack to a rebirth after a pain no meaning could be found for, and in this sense the crashing plane on a cover in strictly light colours is full of symbolism. Besides being a total experience for the listener, it's also a very important piece of the Irish quartet's career: its very high quality rests on enhancing elements God Is An Astronaut are masters of and on an evolution that shows no sign of losing inspiration.



