Ho sempre avuto una specie di fissazione per gli alberi. Non so bene perché, sarà che rispetto al rumore delle nostre piccole esistenze gli alberi hanno un modo così pacifico ed elegante di stare al mondo. Nella fretta di tutti i giorni mi capita spessissimo di fermarmi ad osservare le chiome rigogliose che oscillano al vento e ogni volta è come se l’anima si sentisse più al sicuro. Gli alberi spogli, invece, mi hanno sempre trasmesso un profondo senso di vulnerabilità. L’immagine dei rami nudi rivolti al cielo come mani tese nel vuoto mi ha sempre fatto pensare alla bellezza desolata di un vecchio riparo che ormai non protegge più da tempo. Con And the Dead Tree Gives No Shelter, il sesto disco degli Oh Hiroshima, ci si addentra proprio in questo tipo di sensazioni. Lo suggerisce già la copertina: quell’albero solitario stagliato contro un sole pallido mi ha fatto subito pensare all’artwork di quel capolavoro di Solace dei Jakob, anche se lì lo sfondo era rosso. ll titolo riprende un verso di The Waste Land di T.S. Eliot, e per Jakob Hemström, compositore principale del gruppo, quell’albero senza vita è la metafora di una sorta di chiusura verso il mondo. Quando non si intravede alcuna via d’uscita concreta dalle difficoltà, si tende a sviluppare questa specie di corazza di cinismo per autodifesa: per evitare di provare nuove delusioni può capitare di isolarsi, di fatto precludendosi proprio le esperienze più autentiche che rendono la vita degna di essere vissuta. Una solitudine che gli Oh Hiroshima conoscono bene anche nei fatti: usciti dal gruppo il chitarrista fondatore e il bassista, al fianco di Hemström è rimasto il solo fratello Oskar Nilsson alla batteria; stavolta, però, hanno chiamato a bordo una decina di musicisti, sporcando il loro DNA post-rock con una fortissima contaminazione progressive. Il tutto a soli due anni da All Things Shining, che considero tutto sommato un buon disco, ma che ad onor del vero in alcuni punti mi aveva trasmesso una certa ripetitività.
Mi sono dunque avvicinato a questo nuovo lavoro con molta curiosità, e fin da subito ci ho trovato dentro un’energia che rende l’ascolto molto meno nichilista di quanto il titolo lascerebbe immaginare. Disseminata tra i brani ho percepito questa forte determinazione a lasciarsi alle spalle i rami secchi della nostra esistenza; l’intero lavoro vive di questa continua contrapposizione tra momenti chiusi su se stessi e repentine impennate d’energia, in cui le sezioni di decadenza si rimettono improvvisamente in moto, allontanandosi di fatto da una staticità del tutto intenzionale. Quando questo equilibrio funziona, l’album tocca vette molto alte; in “Skeleton Key”, ad esempio, l’ambizione prog si fonde benissimo con lo stile della band: l’inizio col basso distorto costruisce un’atmosfera molto tesa, che è impreziosita dal cantato trascinante di Hemström; entrano poi le percussioni, e quella tensione trova sfogo solo nelle aperture delle chitarre. Sezioni molto diverse tra loro coesistono e si succedono con naturalezza; sul finale ci sono anche dei cori bellissimi che lasciano spazio a un inaspettato rientro di sonorità pesanti. Pregevole anche la velata malinconia dal sapore quasi folk di “Ivory Town”, pezzo molto emozionante, in cui le trame iniziali si adagiano sulle note di pianoforte di Jarl Furingsten e su arrangiamenti d’archi eterei. L’atmosfera nostalgica e l’incedere del brano mi hanno ricordato gli Opeth di Damnation, ma ci ho sentito anche un po’ Steven Wilson e i Lunatic Soul di Mariusz Duda. In termini emotivi spicca la fragilità che caratterizza tutto il soundscape, prima della conclusione decisamente più terrena; anche qua, ci sento una forte voglia di scrollarsi di dosso ogni inquietudine per potersi rimettere in cammino. È infatti una speranza realista quella che sento nell’anima dei pezzi più riusciti, una sorta di pragmatismo radicato nei passi necessari da compiere per cercare un nuovo riparo. Si percepisce anche nella sensazione di movimento di “Meridian”, traccia dal forte piglio progressive dove l’andamento concitato tra chitarra acustica e riff cristallini si apre in un passaggio più contemplativo. Nel gioco speculare tra i due canali stereo, la chitarra ritmica a sinistra sembra quasi la pacca sulla spalla di un amico che ti dice che è ora di andare altrove senza indorare la pillola, qualunque sia l’ostacolo, prima che l’intensità della voce sigilli il finale preservandone tutta la gravitas. Ma l’apoteosi di queste nuove influenze secondo me è tutta nei sette minuti di “Exit Cloud”, indubbiamente il mio brano preferito del lotto. La tensione si avverte fin dai primi secondi, in un crescendo gigantesco e quasi sinfonico dai tratti post-metal, spezzato all’improvviso da un cambio clamoroso (il primo di una lunga serie): i riff pieni di delay di chitarra pulita corrono impazziti ai lati opposti dello stereo, poi si insinua una progressione d’archi quasi orientale che sancisce il momento esatto in cui la luce della speranza fa breccia nel muro sonoro, rendendo tutto meravigliosamente imprevedibile. È solo a questo punto che entra la voce, con un timbro che richiama il Mikael Åkerfeldt più melodico e clean, ed è usata quasi come uno strumento ad accompagnare la traccia verso l’esplosione finale. Una vera e propria valanga che mi ha restituito lo stesso rapimento sensoriale provato all’epoca di In Silence We Yearn, anche se paradossalmente non ho mai sentito gli Oh Hiroshima suonare così liberi. Il rovescio della medaglia di questa libertà, nel disco, è che questo espandersi verso strutture meno canoniche mostra il fianco nei momenti in cui la band esaspera i tempi di stallo, scivolando in una tensione stanca che finisce per girare a vuoto. È ciò che accade a “Broken Sunlight”, un pezzo che non riesce a giustificare la ripetitività della sua parte centrale; il lick principale di chitarra pulita non convince e la ripartenza del basso saturo in stile prog non basta a salvare un pay-off che arriva troppo tardi. Una stanchezza simile affiora anche nel bridge di “Tree of Life”, dove le stesse battute si ripetono per quattro volte consecutive nell’attesa di un cambio che, quando arriva, suona interessante ma decisamente sbilenco e poco rifinito, lasciando la sensazione che servisse ancora lavorarci. E in tutto ciò, va fatta una riflessione a parte sulla gestione della voce. Gli Oh Hiroshima hanno sempre utilizzato il canto in modo impressionistico, trattandolo come una trama distante immersa nel mix. Dove l’album scivola verso la forma-canzone tradizionale, spingendo le linee vocali in primo piano come in “Angelos” o nella stessa “Broken Sunlight”, la musica a tratti si mette pigramente al servizio del cantato, e le progressioni si fanno, per i miei gusti, un po’ troppo convenzionali. Il problema non è tanto la presenza della voce, quanto più nel suo peso dentro il brano: in “Servant of All”, ad esempio, la voce è presente e riveste un ruolo importante al pari di tutti gli altri strumenti, eppure non cade mai in quell’effetto stancante. Questo cortocircuito tende a frenare l’evoluzione di certi passaggi, banalizzando un pochino il sound proprio dove l’album avrebbe beneficiato di qualche guizzo in più.
Nonostante questo, And the Dead Tree Gives No Shelter resta un lavoro decisamente più ispirato rispetto al suo predecessore. Se in All Things Shining la scelta di incupire troppo il sound e tenerlo più chiuso aveva finito per appiattire alcuni brani chiave, qui la produzione fa un netto passo in avanti, trovando finalmente una maggiore apertura sonora e una brillantezza che l’altra volta a tratti mancavano. In questo senso, la terza collaborazione consecutiva con Magnus Lindberg si rivela decisiva: il suo nitidissimo lavoro di mix e mastering valorizza un disco che vive di picchi qualitativi importanti e che ha il pregio di non crogiolarsi nel proprio dolore, offrendo a chi ascolta una spinta concreta a reagire e a non sentirsi bloccati. Peccato solo per quei passaggi in cui i rallentamenti mancano di mordente; credo che per il futuro gli Oh Hiroshima dovrebbero prendersi un po’ più di tempo per tagliare anche dai propri brani qualche ramo secco di troppo. Resta il fatto che quando i due svedesi decidono di rischiare, la bellezza selvaggia della loro musica travolge ogni cosa, confermando l’indiscusso valore di una band che sa ancora come emozionare.
(Pelagic Records, 2026)
1. Servant of All
2. Meridian
3. Angelos
4. Skeleton Key
5. Tree of Life
6. Broken Sunlight
7. Ivory Town
8. Exit Cloud