Glories – Distant After
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Distant After

Glories

8.0Voto / 10
Etichetta
Autoproduzione
Anno
2020
Pubblicata su
WherePostRockDwells
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Tradotta dall'inglese

Il post-rock è un universo in continua espansione: di tanto in tanto emerge un numero sempre maggiore di band, spesso con buone idee, che imparano la lezione di quelle più navigate e diventano grandi a loro volta. Certe sonorità sono ormai imprescindibili per chiunque apprezzi il genere, e la scelta in questo senso è sempre più ampia. Alcune band provano a sperimentare con suoni nuovi o idee rinfrescanti, e questo è sicuramente un bene, mentre altre danno invece la priorità alle emozioni da riversare nei brani e cercano di adattare i suoni a ciò che intendono comunicare. Paradossalmente questo le rende più personali e uniche, anche se i suoni con cui si esprimono sono già noti. Tra queste band ce ne sono alcune che per me rappresentano una sorta di rifugio, un posto sicuro in cui so di poter tornare quando voglio calmare la mente e lasciarmi avvolgere, sapendo che raramente ne resterò deluso.

I Glories, di Birmingham, sono senza dubbio una di queste band. Riescono sempre a tessere trame delicate che spaziano da atmosfere sognanti ed eteree a crescendo carichi di catarsi che sfociano in passaggi dal forte tasso emotivo e da un grande senso della musicalità. 'Distant After', quarto lavoro della band di Birmingham, arriva due anni dopo il precedente "There Is No Stillness" e, lasciatemelo dire subito, non fa eccezione.

Per quel che mi riguarda l'artwork è un elemento molto importante di un album, e quello di "Distant After" è molto evocativo; amo gli alberi, per cui quest'albero stilizzato immerso in sfumature di verde, con rami che sembrano quasi radici, mi aveva già incuriosito prima ancora dell'ascolto. Anche il titolo mi ha catturato, facendomi pensare che un "dopo" possa diventare "lontano" quando si contempla troppo il "prima". E che il concetto di futuro sia solo un'invenzione della nostra mente, una serie di "dopo" lontani uno dietro l'altro. Ma basta con la filosofia, parliamo di musica.

Nel complesso, questi brani sono piccoli scrigni pieni di una miriade di paesaggi inesplorati, ricordi sfumati che riaffiorano e brillano anche nelle parti più nebbiose. Gli strati delle composizioni restano sempre sospesi tra atmosfere sognanti e lucidi risvegli impressi dai toni delle chitarre. Ci sono elementi intermittenti, come l'uso di un delicato xilofono o di sottili note di synth, che riescono a colorare il suono senza mai essere d'intralcio. I brani mantengono sempre il loro focus e il loro equilibrio, mentre ti prendono la testa e lasciano svelare tutte le emozioni immaginabili grazie a un uso sapiente di tutti gli elementi sul tavolo. Il drumming serrato e caldo è un'altra bellezza del disco, e certi momenti brillanti restano impressi nella mente a lungo dopo la fine dell'ascolto.

Questi ragazzi sanno davvero creare paesaggi sonori: si può quasi vedere il sole sorgere attraverso le atmosfere eteree di "Slaw Dawn" o volare via con la delicatezza di "Driftwood"; si può perdere la cognizione del tempo esplorando valli piene di meraviglia durante "Time Turned Back" ed "Easy Dreamless Sleep", due brani assolutamente fedeli ai loro titoli evocativi. Sono brani pieni di emozioni, e quando raggiungono il loro climax, aprendo il suono a una variazione dei pattern principali delle chitarre in delay, mantengono sempre intatta la loro atmosfera onirica. Un altro esempio è "Every Last Moment", che passa dal quasi ambient al gioioso all'energico in modo naturalissimo, catturando tanti stati d'animo diversi e regalando uno dei momenti migliori del disco.

Vorrei soffermarmi un attimo sul mio brano preferito dell'album. È il primo singolo pubblicato, "Make the Hills Echo": un brano non convenzionale rispetto ai cliché del genere. Questo pezzo parte nel modo più esaltante e magnifico possibile per poi calmarsi abbastanza presto, lasciando dispiegare una lunga sezione in cui le due chitarre dialogano tra loro in modo molto emozionante. Quando la batteria rientra dopo un breve stacco di synth, chitarra e basso, non posso fare a meno di volare via in una serenità malinconica e nostalgica che nei minuti finali regala una vera catarsi alla mia anima. È la sensazione della pioggia quando decidi di accoglierla e smetti di cercare un modo per evitarla; le note più luminose di una chitarra sono bilanciate dall'eco e dal riverbero dell'altra, dando vita a un bellissimo senso di introspezione fino all'esplosione finale, che si ricongiunge con l'inizio gioioso. È così bello che mi ritrovo ad ascoltarlo in loop, ancora e ancora.

È un lavoro che ti prende per mano e veste tutti i tuoi ricordi migliori di un'aura onirica e contemplativa. Non importa se quegli scenari sono pieni di momenti gioiosi o portano con sé un senso di nostalgia: c'è un velo malinconico, quasi invernale, in tutte le composizioni, che senza mai sfociare in vera tristezza crea un senso semplice e costante di calda bellezza, come l'albero dell'artwork. 'Distant After', pur nei suoi soli 36 minuti, riesce a catturare la bellezza complessa della natura attraverso la semplicità. Aggiungerò senz'altro questo disco ai miei dischi "rifugio", e posso dirvi che è uno a cui tornerò molto spesso. Anche in quel lontano dopo.

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